COMUNE DI SAN CASCIANO IN VAL DI PESA
1944- 1994
MEMORIE DEL PASSAGGIO DEL
FRONTE A FABBRICA E
MONTEFIRIDOLFI
25 Aprile 1995
a cura di Franco Bartalesi
PRESENTAZIONE
L'Amministrazione Comunale, di San Casciano in
Val di
Pesa ritiene doveroso divulgare,ricorrendo il
cinquantesimo anniversario della Liberazione, la ricerca di Franco Bartalesi sul passaggio del fronte a Montefiridolfi e Fabbrica, con lo scopo di lasciare alle generazioni attuali e sfatare la memoria di una fase atonica che ha segnato profondamente la vita di una comunità.
La ricerca contiene, insieme a fatti già noti, circostanze, episodi e testimonianze prima d'ora non organicamente raccolte. Si tratta di frammenti di una "storia minore" ma non per questo meno importante, meno intensamente e drammaticamente vissuta; e poi, l'insieme di tantissimi di questi frammenti hanno composto la storia della Liberazione dell'Italia dall'oppressione fasciata e nazlòta. La ricerca, conservata presso l'Archivio Storico della Resistenza in Toscana è stata svolta nel 1983 e successivamente è stata ampiamente arricchita con la ricostruzione accurata di tanti altri avvenimenti così da presentarsi come lavoro completo e ben strutturato.
Una ragione ulteriore perchè sia divulgato questo lavoro di franco Bartalesi e quella di offrire a tutti uno spunto di riflessione per una consapevole e rinnovata scelta per la democrazia, la libertà, la giustizia sociale contro la barbarie del fascismo e della dittatura.
Ringrazio, Interprete anche del montigiani, Franco Bartalesi per il Suo lavoro fatto con grande impegno e con rara passione.
Il Sindaco (Fabrizio Bandinelli )
Ho
letto con piacere il risultato dalla ricerca del
Bartalesi, cominciata, quasi per gioco, diversi anni e.
Approdata ad una prima stesura, e stata poi ripresa - a
distanza di tempo - e sviluppata con una più ampia e.
attenta ricostruzione del quotino d'insieme. L'A. sa
benissimo di non essere uno storico e lo confessa
apertamente, ma bisogna riconoscere che il piatto del
suo lavoro, fondato su alcuni documenti coevi ed una
serie di testimonianze pazientemente raccolti e
confrontati, e un'attentaemisuratacronaca
dell'impatto su una comunità locale degli sconvolgimenti, bellici e delle modificazioni che questi hanno introdotto a livello politico-culturale anche nei più piccoli borghi delle campagne italiane. Modificazioni che oggi tanti, por motivi diversi, vorrebbero seppellire, dimenticando che esse hanno segnato il momento in cui il senso dell'identità nazionale ha toccato gli strati più ampi del popolo italiano e ne ha cambiato profondamente l'assetto politico per l'acquisizione della coscienza da parte delle classi sociali subordinate di essere a pieno titolo soggetti e non oggetti della vita politica, sanzionando nello stesso tempo la pari dignità di tutti i cittadini, senza distinzione di censo, di sesso, idee politiche o religione. E poichè sono proprio questi i principi che si mira a cancellare - e una eco dei quali è presente anche nella disponibilità e nelle parole dei testimoni interpellati dal Bartalesi - è assai opportuno che l'Amministrazione Comunale di San Casciano in Val di Pesa pubblichi questo lavoro, che modestamente e senza pretese, e proprio per questo forse più efficacemente, ricorda a tutti quante sofferenze, quante lacrime e quanto sangue sia costata al popolo italiano la democrazia.
Giovanni Verni
Lo scopo di questi appunti è un modesto contributo abbinano, le sofferenze patite da tutti, nel periodo del passaggio del fronte, rimangano trasmissibili anche alle generazioni più giovani della mia. La speranza è quella di essere riuscito a rimanere obbiettivo.
Nel raccogliere queste testimonianze ho avuto la difficoltà di raccontare i fatti concatenati che avvennero contemporaneamente In posti differenti; spero che tutto risulti comprensibile anche per chi non è pratico del posti ed avrà bisogno della cartina. Per chi ha del dubbi l'Invito e quello di domandare a conoscenti testimoni del fatti, oppure, se le perplessità riguardano i luoghi, di mettersi un palo di scarpe, comode, o partire in bicicletta per andare a vedere.
Non ho la pretesa di avere raccontato TUTTO ma oltre iI limite che ha raggiunto questa ricerca "artigianale" credo occorra un lavoro storico vero e. proprio che ha bisogno di uno sforzo bibliografico e di ricerca scientificamente organizzata che non mi sento di affrontare in pochi mesi.
Rimangono comunque gradite le comunicazioni di rettifiche, precisazioni, date certe o documenti che arricchiscono quanto già raccontato oppure, la storia più antica di Montefiridolfi.
Ringrazio II SindacoFabrizioBandinelli
dell'Incoraggiamento e II Voti. Verni, dell’Istituto Storico della Resistenza Toscana, dell'autorevole controllo. Un sentito e doveroso ringraziamento anche a coloro che mi hanno aiutato, raccontandomi le loro esperienze, spesso con serenità ma talvolta con gli occhi lucidi e la voce rotta da un dolore ancora vivo.
Franco Bartalesl
1. PASSAGGIO DEL FRONTE A FABBRICA
A Fabbrica i tedeschi in ritirata installarono un. comando di una certa importanza nella fattoria (vd. cartina -R- e successivamente nella villa (vd. cartina -y -) provocando praticamente il completo sfollamento dell'abitato.
Come è facile constatare Fabbrica è in posizione dominante sulla vai di Pesa ed in particolare, prima del passaggio del fronte, la villa era un ottimo punto di osservazione perchè il conte Piatti aveva fatto rialzare notevolmente il torrino centrale e creato un terrazzo a belvedere con addirittura l'ambiziosa, quanto improbabile, intenzione di vedere Genova, sua città natale.
In prossimità del paese fu predisposto un campo minato (vd. cartina -S-) e minate le vie d'accesso da sud-ovest con delle potenti cariche esplosive (vd. cartina -T-; -U-).
Da questo comando dipendeva la zona del fronte a sud di San Casciano. Perlomeno parte degli ufficiali e soldati della Wehrmacht erano di origine austriaca. Fermo restando il durissimo comportamento ed i maltrattamenti propri di un esercito occupante quei militari non si abbandonarono a gratuite crudeltà.
Il comando operò per più di due mesi ed approssimativamente, la data dell'arrivo in forze dei primi tedeschi si può collocare al 10 Maggio 1944.
Anche nel gruppo di case di Paterno, vicino alla fattoria Antinori si installò un nutrito gruppo, probabilmente una compagnia, di tedeschi. Di questo distaccamento si ricordano episodi che assomigliano ad atti amministrativi; come quando fu rilasciato, dall'autorità Germanica, un ordinanza-lasciapassare affinchè non venissero requisiti alimenti e non fossero maltrattati i sei bambini della famiglia Nuti (tre fratelli e tre sorelle), orfani da poco del padre e con la madre non in salute.
Il fattore del marchese Antinori, Simone Sieni. fu fermato da due occupanti che lo costrinsero a consegnargli il suo bell'orologio da taschino. Il fattore non accettò la prepotenza ed andò coraggiosamente a riferire il fatto al distaccamento di Paterno.
La denuncia provocò la reazione della disciplina tedesca; infatti alcuni ufficiali fecero inquadrare tutti i soldati che erano stati intorno a Paterno per dare la possibilità al fattore di individuare i colpevoli. L'orologio fu restituito ed i due responsabili della requisizione furono condannati a marciare avanti ed indietro, a passo cadenzato, nel piazzale di quel gruppo di case per ore sotto gli occhi dei civili. Sempre a Paterno, per circa due giorni, furono tenuti
prigionieri nelle stanze del segatoio della famiglia
Giuntini un gruppo di 25-30 civili provenienti da
Castellina in Chianti e destinati alla deportazione in
Germania.
C'erano uomini maturi ma sopratutto giovani ed anche
alcuni quindicenni.
Quando il fronte era ancora lontano gli alleati cercarono di interrompere i rifornimenti tedeschi attraverso la Via Cassia bombardando, in località Pontenuovo, il ponte sulla Pesa. Il bombardamento, pur provocando danneggiamenti, non interruppe la circolazione. Successivamente, sempre nella zona del Pontenuovo, un aereo alleato mitragliò un camion ed il carro con i buoi del contadino Fallai della Romita che era stato a prendere una "carrata" di rena (sabbia) all'Olmo.
Intorno al 10 Luglio nella casa colonica Pratale (o Pretale) un gruppo di tedeschi sequestrarono Lotti Giuliano, Gori Marcello e Gori Serafino per stendere dei grandi rotoli di cavo telefonico. I famigliari temettero di non rivedere quegli uomini nonostante le assicurazioni dei militari, invece dopo aver lavorato alla realizzazione di quella linea telefonica di fortuna fino alla Fattoria Antinori furono rilasciati. Quel cavo non veniva fissato nè ai pali nè ad alberi ma semplicemente appoggiato a terra.
A Fabbrica facevano capo diverse altre linee telefoniche a conferma dell'importanza del Comando.
Prima del passaggio del fronte, il 14 Luglio alle 11 di mattina, Emilia Landi, Agostino Lotti (detto Moro) e Teresa Viviani, mentre si recavano all'orto nei pressi di Fabbrica entrarono inavvertitamente in un campo minato (vd. cartina -S-). Emilia Landi rimase gravemente ferita dallo scoppio dell'ordigno mentre "il Moro" fu ferito più leggermente e Teresa rimase incolume."Il Moro" e Teresa riuscirono ad arrivare ad un casolare dove erano sfollati alcuni abitanti di Fabbrica e dettero 1'allarme.
Pasquale Viviani, Eugenio Viviani e Antonio Bagni accompagnati da due dei tedeschi che occupavano Fabbrica, uno avanti e uno dietro, andarono a recuperare Emilia che fu portata con una camionetta militare all'ospedale di Tavarnelle, dove morì alle una di notte del giorno successivo (15 Luglio).
Anche Vittoria Lenzi, calpesta una di quelle mine prima del passaggio del fronte e viene gravemente ferita riportando lacerazioni in tutto il corpo e l'amputazione di una gamba.
Gli occupanti abitualmente rastrellavano i civili per farli lavorare. Fra i tanti si ricorda un episodio più drammatico di altri verificatosi quando Antonio Bacci e Pasquale Viviani furono prelevati dai campi dove stavano lavorando e costretti a scavare una buca per mine. Il militare di guardia, ad un certo punto, fece capire che quella sarebbe stata la loro fossa se non fossero
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scappati e dette loro un pacchetto di sigarette. I due senza farsi pregare scapparono, ma furono visti da altri occupanti, meno comprensivi del loro camerata, che spararono loro addosso; però Antonio e Pasquale fortunatamente riuscirono a raggiungere il bosco dove si nascosero.
Qualche settimana prima del passaggio del fronte i molti uomini che presidiavano Fabbrica si ritirarono e furono sostituiti da altri tedeschi, fra cui un reparto delle famigerate SS. Alcuni di questi militari erano feriti. Anche le truppe dislocate a Paterno si ritirarono all'approssimarsi della linea del fronte, lasciando l'abitato completamente privo di presidio per uno o due giorni, per poi essere di nuovo presidiato da altre truppe molto meno numerose ma più rudi ed agguerrite. A S. Maria Macerata c'erano altre SS.
A Perticato, fra Pratale e la fattoria Antinori,nelle case dei coloni Salvianti e Pescini, erano sfollate anche altre famiglie di Fabbrica. Pochi giorni prima del passaggio del fronte ricevettero la consueta quanto sgradita visita di una squadra di tedeschi. Questi militari capitarono quando era stato sfornato da poco il pane e lo requisirono tutto di prepotenza. Bisogna aver ben chiaro che in quei momenti il pane era preziosissimo perchè costituiva il sostentamento principale insieme alla frutta (averlo significava nutrirsi) ed ancor più in quelle famiglie dove c'erano diversi bambini.
Si comprende meglio, così, il gesto di stizza della massaia Ida Pescini che, vistasi portar via un'intera "assata" di pane afferrò una pera e la tirò forte "ni' groppone" (la schiena) dell'ultimo tedesco che se ne stava andando. I militari la rincorsero mentre lei (nè alta, nè magra) scappava in casa.
Gli inseguitori, cercando la massaia, si imbatterono in una moto Guzzi che era stata nascosta in quella casa dal fattore di Fabbrica, Alfredo Conti, che abitava alla Sambuca. Per i tedeschi era più importante quella scoperta che la temeraria Ida; infatti se ne andarono ma tornarono con un carro per prendere la moto.
Amedeo Catenacci era un fiorentino venuto a Fabbrica a servizio del conte Piatti come giardiniere ed addetto all'orto già da qualche anno. Il giovane portava con sè una pistola, apparentemente senza nessun motivo. In molti gli avevano sconsigliato di continuare a portarsi dietro una cosa così compromettente ma lui affermava di sentirsi più sicuro.
Improvvisamente di lui non si ebbero più notizie e la scomparsa non è stata chiarita neanche nel dopoguerra nonostante le ricerche della famiglia (1).
La notte del 22 luglio Fabbrica ed il vicino ponte "della Bricola", sulla strada per Sambuca, furono pesantemente cannoneggiati. Addirittura la famiglia Vermigli, a cui era stato imposto di evacuare la loro casa (podere Casanuova), in quella buia notte, fu illuminata dai bagliori delle esplosioni mentre stava
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sfollando con un carro di quello che avevano potuto recuperare, verso "Becciolino" (Pian dei Berti). Lungo questo tragitto i Vermigli incontrarono, nelle vicinanze del cimitero di Fabbrica, molti tedeschi che stavano riposando. La colonna in ritirata si spostava con tutti i mezzi anche a piedi e a cavallo. I Vermigli, al buio, dovettero prestare molta attenzione per non investire con il loro carro i militari sdraiati, alcuni di questi chiesero ai contadini del pane.
Già da tempo la Wehrmacht si era dimostrata in seria difficoltà per i rifornimenti pur resistendo con tenacia ed efficacia alla superiorità schiacciante, in uomini e soprattutto in mezzi, degli alleati. Inoltre l'avanzata era favorita anche dalle azioni di sabotaggio e raccolta informazioni dei partigiani.
I giovani Francesco Galletti, Bruno Dainelli e due
grevigiani parenti della famiglia Catarzi già da qualche
mese si erano dati alla macchia per sfuggire alla
chiamata di leva del governo fascista della classe 1924.
II 22 Luglio, dal loro rifugio notarono i combattimenti
e l'avanzata alleata sul poggio della Romita.
Pensarono di essere ormai superati dalla linea del
fronte ed in serata fecero ritorno alle loro vicine
famiglie.
I Galletti erano coloni del podere Montorsolino, fra il castello di Montefiridolfi e Fabbrica sul versante che si affaccia sulla Pesa ed a causa delle oggettive difficoltà di comunicazione ritenevano di aver già passato il peggio.
Invece, nella nottata, una squadra di tedeschi fece irruzione nella casa e dopo aver riunito i presenti sequestrarono i documenti di tutti. Questi occupanti lasciarono quella casa intorno alle una di notte restituendo i documenti ma portando con se Valentina Pettini, Bruno Dainelli, Rita e Francesco Galletti fino alla casa "di' Brucio" (podere Ripa), distante poche centinaia di metri, anche se separata da un borro, dove erano accasermati. I babbi dei sequestrati seguirono a distanza i loro figli ed i tre giovani militari fino a che questi li costrinsero a tornare indietro, minacciandoli con le armi spianate.
Durante il percorso Francesco Galletti temeva che le ragazze fossero state sequestrate per abusarne ed era deciso a reagire se qualcuno avesse messo le mani addosso alla sorella. Cosa che invece non avvenne (2), infatti, nelle intenzioni dei tedeschi, i giovani dovevano solo preparare un ricco desinare. Arrivati alla casa dove erano accasermati, l'ufficiale che li comandava, con la barba incolta, non si curava molto dei prigionieri ma si tormentava, dando anche violenti colpi sulla tavola, a causa della perdita di un suo camerata (il corpo sarà ritrovato in un casa di Fabbrica).
I giovani furono mandati a dormire ma già dal mattino presto della domenica 23 Luglio le ragazze furono messe a cucinare con provviste rastrellate ad altri civili ed
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a preparare la tavola con il servito buono trovato nella
casa "di' Brucio" e le belle tovaglie lì nascoste dalla
famiglia Pescini del Pontenuovo. Per tovaglioli i
militari fecero usare "i pannetti" da donna (pannolini
di allora) che trovarono nella casa, probabilmente
ignorandone la destinazione, oppure giudicando il capo
di corredo adattissimo alla funzione del tovagliolo.
Francesco fu obbligato anche a scavare una trincea per
mitragliatrice.
Gli alimenti razziati erano abbondanti, ma, mentre le
ragazze preparavano, i ragazzi furono spediti a cercare
altre vivande per completare l'assortito menù.
Per procurare delle pesche primaticce, Francesco si
ritrovò faccia a faccia con un tedesco appostato proprio
sulla linea del fronte che, vedendolo arrivare gli puntò
il fucile minaccioso. Il giovane mise subito le mani in
alto e riuscì a spiegare il perchè della sua presenza
lì.
Intorno "ai" Tocco" (le ore 13) fu chiesto
all'improvvisata servitù se preferivano partecipare al
banchetto o "tornare da mammà".
La risposta fu chiaramente il desiderio di tornare alle
proprie famiglie ed infatti i giovani furono lasciati
andare.
Quando i coloni Galletti e gli sfollati delle famiglie
Daddi, Dainelli, Del Maschio, Pettini e la famiglia del
fabbro dell'Olmo (detto Nanni Mena) videro da
Montorsolino, dopo ore di osservazione, dalla casa "di'
Brucio" allontanarsi i loro quattro giovani gli corsero
incontro.
Gli alleati, probabilmente del poggio della Romita,
vedendo il movimento di persone forse lo scambiarono per
spostamento militare e cannoneggiarono immediatamente
gli sfortunati civili. Miracolosamente nessuno rimase
neanche ferito sotto il violento fuoco d'artiglieria e
tutti raggiunsero Montorsolino mentre peggiore sorte
toccò a diversi olivi completamente divelti.
Probabilmente il banchetto non fu gustato in pace dai
tedeschi perchè nel primo pomeriggio abbandonarono
quella casa camminando in colonna verso la casa "di'
Catarzi" (Consigliano I) ed il castello di
Montefiridolfi.
L'arrivo delle SS nella zona non passa inosservato
infatti in questa zona il bilancio delle vittime è
pesantissimo e ci sono
state addirittura due fucilazioni
di popolazione inerme.
Fabbrica è vicina a Badia a Passignano, i cui boschi e
case coloniche, insieme alla zona di S. Donato in
Poggio, erano l'area di azione della formazione
partigiana "Faliero Pucci". La vicinanza di partigiani
che avevano fatto sia atti di sabotaggio sia vere e
proprie azioni militari (3) probabilmente influisce
sugli episodi più aberranti che vi sono stati consumati.
Nel pomeriggio del 23 Luglio arrivò a Paterno un piccolo gruppo di tedeschi che trasportavano, con una scala come barella, un ferito grave per le prime cure. Questi soldati dissero ai civili lì presenti: "italiani
cattivi, fatto kaputt a camerata" indicando a sud, nella zona fra Badia a Passignano e Fabbrica, il luogo del ferimento. Questo fatto concorda con il ferimento di un tedesco vicino a Pratale, un gruppo di case coloniche nella zona indicata dai militari ma non è chiara nè la dinamica nè le motivazioni del ferimento (4). Gli stessi intimarono ai presenti di sfollare verso Firenze perchè lì stava arrivando la linea del fronte. La gente di Paterno invece decise di aspettare il passaggio del fronte nascondendosi in una casa ed in un rifugio sempre all'interno dell'abitato.
Uno dei tedeschi, che si era fatto cucinare per desinare una tacchina lessa dalla più grande delle sorelle Nuti, appena adolescente, probabilmente ne era rimasto soddisfatto e ritornò per la cena con un suo superiore ed alcuni conigli pretendendo lo stesso servizio del desinare.
Il coniglio lesso però non fu di gradimento dei militari che si arrabbiarono con la massaia -bambina. Intervenne a difenderla Ferdinando Vermigli (detto Nandino) con il risultato di fare inferocire quei prepotenti che minacciarono di fucilare Nandino.
Non è certo come la situazione fu risolta; forse la piccola massaia sacrificò l'oro che nascondeva in seno per ottenere una riconciliazione o forse fu esibito e preso in considerazione il lasciapassare concesso dal precedente distaccamento tedesco.
La sera del 23 fu piazzato un cannone ed il giovane Vittorio Giuntini, per paura di essere deportato, uscì dal rifugio per nascondersi nel vicino bosco in una buca che era stata preparata in precedenza e dove incontrò altri compagni.
Nella nottata, dal bosco, sentirono i movimenti delle truppe e del pezzo d'artiglieria in ritirata.
La mattina successiva si accorsero che Paterno era 1ibera dai tedeschi.
Sempre il 23 Luglio 1944, a Pratale, furono trucidate 12
persone.
Erano: Cresti Angiolino, Attilio e Oreste, Gori Bruno,
Giuseppe, Livio, Marcello, Omero e Serafino, Raspollini
Giovanni, Lotti Carlo e Giuliano che abitavano a
Fabbrica ma erano lì sfollati.
La ricostruzione di quei fatti, da parte delle vedove
non ha bisogno di commenti:
(...) "Durante il periodo di emergenza ci trovavamo assieme alle nostre rispettive famiglie sfollate in località Casalone. Fra noi vi era pure sfollato un certo (OMISS.) il quale stava continuamente in conversazione con tedeschi ivi dislocati; il suo atteggiamento alquanto ambiguo ed il susseguirsi di visite che egli faceva presso i Comandi tedeschi che si trovavano, uno in località Badia a Passignano, l'altro nelle fattorie di Fabbrica, ci diede motivo di sospettare che il suddetto fosse una spia dei tedeschi. Per queste considerazioni noi cercammo di evitare che il (OMISS) notasse la presenza nella casa dei partigiani che
_ e _
venivano abitualmente a rifornirsi da noi di viveri e a raccogliere informazioni. Circa una decina di giorni prima della Liberazione vennero a stabilirsi nelle vicinanze e come pure nella stessa casa dove erano sfollati diversi tedeschi, ai quali fummo obbligati a cucinare loro i cibi per diversi giorni. Il giorno 21 Luglio alcuni di questi tedeschi si presentarono alla casa accompagnati dal (OMISS) con tre paia di buoi. Uno dei tedeschi chiamò in disparte i contadini Gori e Cresti ai quali consegnò un paio di bovi per ciascuno, e l'altro paio lo consegnò al (OMISS). Il tedesco disse queste precise parole: "questi buoi li regalo a voi come compenso del disturbo che vi abbiamo dato, ma non dateli al (OMISS) perchè egli ne ha già avuti un paio e non è buono con voi". Nella giornata queti tedeschi partirono e ne vennero altri. L'indomani il (OMISS) si presentò al Gori Lino pretendendo che questi gli consegnasse uno dei buoi. Al rifiuto avutone egli pronunciò queste parole: "A me costa di più la camicia che la pelle". Il Gori Lino rispose: "a me non costa nulla nè l'una nè l'altra". Da quel momento non vedemmo più il sunnominato. L'indomani domenica 23 Luglio 1944 vedemmo la casa circondata da tedeschi e data l'immediata vicinanza delle truppe alleate non facemmo caso a questo schieramento di forze. Nella stessa mattina uno dei tedeschi chiese alla massaia Cresti Giuseppa un lenzuolo ed avutolo lo mise fuori del davanzale di una finestra dicendo che così gli alleati non avrebbero sparato sulla casa.
Noi stavamo tutti riuniti in una stalla dalle mura molto solide dove pensavamo di essere al sicuro ed attendevamo di essere inviati a Badia a Passignano, come era stato detto dagli stessi tedeschi. Sull'imbrunire irruppero nella stalla tre o quattro tedeschi armati di fucili mitragliatori, i quali ci intimarono di uscire tutti fuori senza darci nessuna spiegazione. Giunti che fummo sul piazzale della stalla essi ci intimarono di camminare avanti a loro in un bosco vicino. Giunti in esso uno dei tedeschi si staccò dac, 1 i altri e spostandosi un poco più in alto chiamò gli altri tedeschi rimasti nella casa. Al loro arrivo essi cambiarono subito atteggiamento e ci ordinarono aspramente a noi donne e bambini di separarsi dagli uomini e perchè la bimba Lotti Mirella di 10 anni si aggrappava al collo di suo padre gridando: "Non ci lasciare babbino, i tedeschi ti ammazzeranno" la colpirono con il calcio del fucile. La bimba svenuta fu presa dalla madre, la quale venne spinta a calci in mezzo alle altre donne. Dopodichè fummo avviate più in basso verso un fiumicello. Subito dopo sentimmo varie raffiche di mitraglia seguite da grida di dolore. Impossibile fu per noi donne rendersi conto di ciò che avveniva date le poche centinaia di metri che ci separavano dal centro della battaglia fra tedeschi ed Alleati. Lo spavento ci aveva inoltre tolta ogni possibilità di ragionamento. Dopo la violenta separazione dai nostri familiari rimanemmo tutta la notte nascoste nel bosco come inebetite. Verso l'alba sentimmo arrivare delle truppe e potemmo constatare che erano finalmente gli Alleati ed una speranza gioiosa
rianimò i nostri cuori; ma nel frattempo il grido di orrore di una delle donne che erano con noi e che si era poco prima allontanata ci piombò nuovamente nella disperazione. Accorremmo sul luogo ed uno spettacolo orrendo si presentò ai nostri occhi. Vedemmo un ammasso di corpi umani imbrattati di sangue. Tutti i nostri dodici uomini componenti le nostre quattro famiglie erano stati fucilati. Impossibile è descrivere le nostre sofferenze poichè sono al di là della comprensione umana. (...).
Rimangono da evidenziare invece alcuni fatti non esposti nella ricostruzione che, se possibile, rendono ancora più truce ma più vero e significativo il monito che ci viene da quei fatti.
Il lenzuolo bianco chiesto dai nazisti perchè così "gli alleati non avrebbero sparato sulla casa", come testimoniano le vedove, fu esposto dagli occupanti dal lato di Fabbrica, come se fosse un messaggio convenuto per il loro comando e non un segnale di resa per gli alleati.
A tutti i cadaveri dei fucilati fu rapinato il portafoglio lasciando le vedove senza neanche un soldo perchè, nello sfollamento, i capofamiglia si erano portati dietro tutti i loro averi.
Dalla domenica a tarda sera i corpi dei fucilati rimasero nel boschetto della strage tutto il lunedì 24 perchè Pratale e Fabbrica erano proprio le sponde su cui si fronteggiavano accanitamente i due eserciti e la rimozione fu possibile solo il martedì mattina.
Il corpo di Giovanni Raspollini fu trovato distante dagli altri. Non è probabile l'esecuzione separata «a sembra che il giovane, con la forza di chi capisce che non ha più niente da perdere, sia riuscito a sfuggire ai carnefici correndo nel bosco.
Disgraziatamente nel viottolo, imboccato correndo a più non posso, andò ad imbattersi nei tedeschi che stavano tornando dal piantonamento delle donne. Questi, vedendoselo piombare incontro lo freddarono sul posto. Bisogna considerare che la strage è avvenuta nel periodo più caldo dell'anno e che "l'ammasso di corpi u»ani imbrattati di sangue" era irresistibile richiamo degli insetti, favoriti anche dall'interminabile periodo che i corpi sono rimasti all'aperto nel bosco. Anche se non è possibile rendersene conto appieno, si può così meglio comprendere le difficoltà morali, pratiche ed igieniche dei misericordiosi che li prelevarono e li trasportarono al cimitero di Badia a Passignano con due carri (sei corpi per carro) trainati proprio dalle coppie di buoi che i Gori ed i Cresti avevano avuto dai tedeschi.
Durante il percorso il triste corteo incontrò (OMISS.) che ebbe da dire: "se non ci fosse sopra quelli che ci sono, gli ammazzerei ora codesti bovi". La crudele uscita era degna di considerazione visto l'ambiguo comportamento dell'individuo ed il fatto che egli era sempre stato armato di una pistola.
Non risulta che nei suoi confronti siano stati, neanche iniziati procedimenti giudiziari.
All'approssimarsi della linea del fronte i tedeschi fecero saltare la carica posta sulla strada d'accesso al paese di Fabbrica (vd. cartina - T -) vicino al campo minato mentre le tre mine poste di fronte alla casa Lotti (vd. cartina - U -) non furono fatte saltare o comunque non esplosero.
La mattina del 24 Luglio gli sfollati a Montorsolino, a cui si unirono alcuni della famiglia Catarzi, prepararono delle bandiere bianche e le sventolarono verso la Romita. Intorno a mezzogiorno delle avanguardie alleate (Neozelandesi e Canadesi) raggiunsero a piedi quelle case risalendo dalla Pesa. Questi chiesero dove fossero i tedeschi e gli fu indicata la zona di Montefiridolfi. Via radio la squadra riferì al proprio comando e ritornò sui propri passi.
Invece, pochi chilometri più a sud, purtroppo, c'erano ancora delle SS.
Nel pomeriggio del giorno successivo la strage eli Pratale, (cioè il 24 Luglio) in una casa dove erano sfollati dei contadini di Fabbrica entra una squadra di SS.; cercavano tutti gli uomini.Alcuni, prima del loro ingresso riuscirono a dileguarsi passando da una finestra ma Vermigli Giuseppe (65 anni), Viviani Carlo (59 anni), Bartalesi Brunetto (34 anni), Viviani Bruno (21 anni ) furono trovati in casa ed immediatamente condotti sul cocuzzolo che si trova di fronte al viale che porta a Fabbrica. Il giovane Varis Viviani di 12 anni invece fu giudicato troppo giovane e rimandato fra le donne a forza di pedate nel sedere. Portarono gli uomini fino ad una fornace (oggi abitazione) dove li allinearono e li fucilarono (vd. cartina -V-). Viviani Carlo (detto Nanni di' Gallo) fu ferito di striscio alla testa ed alle mani che teneva incrociate sulla nuca e la fede nuziale contribuì a deviare la pallottola. Egli fortunatamente riuscì a fingersi morto fra i compagni ormai spenti anche quando le SS tirarono dei calci per controllare i risultati dell'esecuzione. Dopo che i nazisti se ne furono andati Nanni di' Gallo , anche se gravemente ferito ed in stato confusionale, trovò la forza di cercare segni di vita fra i corpi dei compagni di sventura e di chiudere gli occhi al giovane nipote Bruno prima di riuscire a ritornare nella casa dove era stato fermato, presentandosi ai suoi in una maschera di sangue (5).
Nella notte arrivarono gli alleati.Due avanguardie neozelandesi saltarono in aria, sotto gli occhi dei fabbrichesi, sullo stesso campo minato (vd. cartina -S-) che aveva provocato la morte di Landi Emilia.
La mattina seguente, appena giorno, usando delle scale
come barelle, i tre corpi dei civili trucidati furono
portati alle rispettive case ormai libere.
Due giorni dopo il rastrellamento, il 26, ci fu il
funerale nella chiesa di Fabbrica, dopo di che le bare,
grossolanamente preparate, furono portate nel cimitero
parrocchiale.
Nanni di' Gallo anche se sopravvisse, rimase scioccato e
morì dopo 4 anni.
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Passato il fronte, quando fu possibile rientrare, i contadini Galletti di Fabbrica trovarono nella loro casa il cadavere di un tedesco, morto da qualche giorno, composto su una porta sfilata dai cardini. Egli fu probabilmente deposto dai suoi camerati che, nell'impossibilità di trasportarlo per lunghe distanze,
10 portarono nella
casa deserta per non lasciarlo
all'aperto.
Non è facile essere precisi sulla località e causa della morte di questo militare ma è probabile che sia avvenuta "al masso" (vd. cartina -W-) per cause belliche (cannonate) ma non per azione partigiana (6).
Bisogna tenere presente che la zona in quei giorni fu centro dei combattimenti; addirittura gli alleati, risalendo dalla Sambuca verso Fabbrica e pensando che ancora il comando tedesco fosse lì attestato, tornarono indietro, mentre invece era già stato evacuato; quindi il borgo di Fabbrica, rimasto terra di nessuno, fu fatto segno dalle artiglierie di entrambi gli eserciti.
11 cannoneggiamento causò danni a tutto l'abitato e
specialmente alla villa con il suo torrino a belvedere
che successivamente fu riabbassato
di circa 5 metri fino
al livello attuale.
A testimoniare ancora oggi la violenza del cannoneggiamento rimane la porta della fattoria, su cui si intuiscono facilmente i fori delle schegge nonostante la riparazione a regola d'arte ed anche l'inferriata, della vicina finestra, visibilmente danneggiata, in cui il ferro sembra morsicato.
Lo sminamento fu eseguito dai genieri alleati e si protrasse per settimane. Le mine raccolte venivano fatte brillare nelle vicinanze del paese tanto che anche gli ultimi vetri dell'abitato andarono in frantumi. Un episodio singolare capitò al colono Zelindo Mariani il quale trovò nel campo due belle "piastre" (predelli) di metallo di ragguardevoli dimensioni. Pensò che potevano tornargli utili, quindi le raccolse e le portò a casa piazzandole nel "canto di' foco". La natura di quelle "piastre" fu chiarita dagli sminatori dopo che, vedendoli casualmente, ringraziarono Dio che era estate ed il focolare era rimasto spento. Infatti nel "canto di' foco" c'erano due potentissime mine. La villa di Fabbrica che era stata sede del comando tedesco, dopo la liberazione, diventa punto di smistamento delle truppe alleate per diversi mesi. A conferma di ciò si ricorda che il cambio alleato della prima linea vestiva l'uniforme mimetica bianca. Si accamparono, anche se per un tempo limitato, anche sulla strada che collega Sambuca alla Cassia (vd. cartina -X-) ed a Paterno.
Inoltre nel piano del fiume Pesa di fronte a Fabbrica fu preparato un campo di aviazione leggera per aerei da ricognizione (le cicogne).
Il centro di smistamento ed il campo di aviazione operarono per tutto l'inverno fino allo sfondamento della "linea gotica" sugli appennini.
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2. IL PASSAGGIO DEL FRONTE A MONTEFIRIDOLFI
Già nel gennaio del 1944 i montigiani ebbero un assaggio di ciò che significasse la guerra: sul paese venne ingaggiato, circa alle dieci di una limpida mattina un duello aereo fra 3 caccia tedeschi e 4 o 5 alleati di scorta ad uno stormo di bombardieri, che, dal sud, dalla direzione di Poggibonsi, si dirigevano verso Firenze e Pontassieve, importante nodo ferroviario.
I caccia
tedeschi volavano a bassa quota mentre
quelli alleati erano molto più alti. Fu la scorta allo
stormo di bombardieri che attaccò con una picchiata gli
apparecchi della Luftwaffe.
I piloti si affrontarono
con spettacolari acrobazie e le
fiammate dell'armamento di bordo furono facilmente viste
da terra anche se in pieno giorno. I bossoli sparati
ricaddero in più posti.
Uno degli aerei tedeschi fu colpito e faceva una scia di fumo; nel tentativo di salvarsi il pilota sganciò un serbatoio ausiliario di carburante che cadde fra la casa colonica Travignole e la casa colonica "di' Bini" (Zona di S. Gaudenzio).
Priamo "di Nappe", che stava lavorando i campi vicino alla zona dello sgancio, lo scambiò per un'enorme bomba che gli stava piovendo accanto e dalla paura si sentì male. Il serbatoio era affusolato e si era conficcato nel terreno. Dalle lamiere contorte il colono Guido Lapini riuscì a recuperare un pò di carburante, poco dopo arrivarono i Carabinieri di Mercatale, anche loro spettatori del duello, che requisirono la benzina rimasta.
II caccia colpito andò a schiantarsi nella valle del
Virginio fra S. Pancrazio e Fornacette mentre il pilota
riuscì a salvarsi paracadutandosi.
I fascisti di San Casciano, pur essendosi accorti del duello, non riconobbero le insegne dell'aereo abbattuto e si recarono festosi nella zona dell'impatto al suolo, indicata da una colonna di fumo, ma rimasero delusi nel trovare pilota ed aereo tedeschi.
II primo apparire
dei tedeschi in ritirata fu vissuto
con un genuino, quanto puerile gesto di ribellione.
Due di loro, provenienti da un distaccamento all'Olmo, risalirono a Montefiridolfi, per rastrellare generi alimentari. Vittima della loro prepotenza fu Giovanni Benelli, che, però, trovandosi nell'impossibilità di soddisfare le richieste, ingaggiò una discussione alla quale i nazisti replicarono minacciandolo di morte. Disperatamente tutta la famiglia Benelli, con urla, richiamò l'attenzione della popolazione che in quel momento drammatico accorse immediatamente. In special modo Francesco Verdiani, Adelindo Bagnoli, Ermanno Francolini ed altri, che erano anche muniti di armi improprie (7) e decisi a replicare alla forza se necessario, riuscirono a dissuadere i tedeschi dal loro intento, facendo capire l'impossibilità delle loro richieste ed anche la poca salute del Benelli (8). Via dell'Olmo, teatro di questi fatti, era piena di gente, e ciò probabilmente incrinò la sicurezza dei
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nazisti che se ne andarono minacciando però di ritornare per fare "kaputt" a tutto il paese. Quella notte a Montefiridolfi non fu una delle solite serate estive, perchè non era uscito nessuno a prendere il fresco, tranne un gruppetto di giovani fra cui: Luigi Alfani (detto Fosco di' Tassino), Loris Lotti e Silvano Pucci, che aveva una vecchia pistola a tamburo e soltanto 5 proiettili. Essi con spirito di una ragazzata aspettavano i nazisti, con l'intenzione di resistere o, perlomeno, di dare l'allarme. A notte inoltrata ancora era tutto calmo ed a questi ragazzi venne l'idea di un discutibile scherzo che realizzarono sparando in aria dei colpi con la pistola del Pucci per impaurire i montigiani, che risposero dalle loro case con un concerto di rumori come per barricare porte o correre in posti sicuri, solo "i' Prussiano" (Guido Pagliai) non si scompose. I tedeschi non vennero. Probabibmente i due giovani soldati un pò perchè erano brilli, un po' perchè la loro doveva essere più un'azione individuale, che un servizio comandato, o non riferirono il fatto o non furono presi in considerazione.
Nel piazzale della Pieve di S. Stefano a Campoli, per la festa del Corpus Domini ( giugno) un aereo alleato staccatosi dalla scorta di uno stormo di bombardieri mitragliò i presenti provocando il leggero ferimento della giovane Rina Dainelli alla coscia. Inoltre fu danneggiata la copertura del loggiato della chiesa e provocato l'incendio del pagliaio della adiacente casa colonica. La causa o il bersaglio dell'incursione non sono chiari. Solo il cinismo del pilota giustificherebbe l'attacco di un assembramento di persone davanti alla Pieve, più probabilmente l'obbiettivo era una autovettura, una balilla, che in quel momento stava sopraggiungendo da Mercatale (9).
Un distaccamento tedesco proveniente da S. Donato in Poggio, dove era già arrivata l'avanzata alleata si era dislocato a "Bardino" (vd. cartina -A-) nelle case vicine al frantoio della fattoria di Montefiridolfi (presso la villa Rosselli Del Turco). Si trattava di pochi uomini, una dozzina circa, più alcuni altri, che in piccolissimi gruppi (3/5 uomini) si erano accasermati in quasi tutte le case coloniche intorno al paese. Nella villa Rosselli funzionò per qualche tempo un ospedale da campo tedesco. Anche il paese, e precisamente la corte e le stanze vicine erano occupate (vd. cartina -B-). Nella corte fu installata una cucina da campo e nella bottega del falegname Sani una base radio, probabilmente perchè la colombaia sovrastante è l'edificio più alto dei dintorni.
Il distaccamento aveva diversi mezzi e perlomeno due carri armati. Questi militari setacciarono la zona in cerca di generi alimentari, specialmente galline, bovini e suini, ma anche patate, uova, vino, ecc., oltre ai disertori dell'esercito italiano e giovani atti al lavoro.
Oggetto di frequenti attenzioni da parte tedesca erano i cascinali dei mezzadri, che da parte loro si ingegnavano con sotterfugi a nascondere le loro dispense, questi,
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per spiegare la mancanza di viveri, dicevano di essere già stati razziati precedentemente (10). I bovi requisiti furono ammassati a "Bardino" per essere mandati ali'Impruneta, più precisamente a Mezzomonte. Prima di essere spediti (l'8 giugno), uno dei bovi di Dei Alfredo, ruppe i legamenti, e passando di piazza, ritornò alla sua stalla (vd. cartina -C-). Alfredo si stava organizzando per portarlo alla macchia, quando arrivarono tre tedeschi che, senza mezzi termini, ripresero il bove e minacciarono il mezzadro con la pistola alla gola. La madre di Alfredo, Isola Salvini Dei, assistendo alla scena dal pianerottolo in cima alle scale di casa, si sentì male, cadendo sul pianerottolo stesso. I tedeschi se ne andarono col bove, ma Isola, soccorsa dal figlio, non riuscì a superare lo shock e morì tre giorni dopo.
La malcapitata non ebbe pace neanche da morta perchè durante il trasporto, dalla sua casa alla chiesa, attraverso i campi, la piccola processione dei parenti più stretti che seguivano il feretro, trasportato a spalla, fu avvistato da aerei alleati. Questi si gettarono in picchiata per controllare, ed eventualmente attaccare, il modesto assembramento che, dall'alto, poteva sembrare una colonna in marcia. I parenti dovettero buttarsi a terra ed altrettanto toccò alla bara della povera Isola.
Il 16 Giugno nel "Pian del Melograno", il Tenente Tenner rischiò troppo con il suo spitfire per mitragliare un camion tedesco; infatti si abbassò tanto da spuntare un cipresso danneggiando l'aereo. Con un atterraggio di fortuna il pilota della R.A.F. riuscì a toccare terra nei pressi della Villa Goretti (Villa Palagio). I campolesi lo soccorsero e lo nascosero (specialmente le famiglie Mecacci e Ciapetti). Successivamente fu accompagnato verso S. Donato dove aspettò la liberazione con la formazione partigiana "Faliero Pucci".
In quei giorni al Castello (vd. cartina -D-), che allora era abitato da diverse famiglie, mentre un gruppetto di persone era riunito all'ingresso proprio di faccia al viottolone, sopraggiunse un camion tedesco. Istintivamente queste persone, che avevano imparato a conoscere i nazisti, si tolsero dalla circolazione ed in un fuggi fuggi generale rientrarono tutti nelle case, tranne Lotti Loris, che dal cancellino, ancor oggi esistente, passò in "Ragnaia" (un boschetto adiacente al castello). Probabilmente i nazisti che avevano imboccato il viottolone videro Loris che scappava e, quindi, appena giunti corsero con le armi spianate dietro al fuggiasco, fino alla fine del boschetto. Il giovane, che si era acquattato dietro una pianta vicino all'ingresso, non appena furono passati vicino a lui, uscì dalla "Ragnaia" nella direzione opposta andando a nascondersi in un cespuglio di rovi non molto lontano (vicino al viaio). Ispezionata la "Ragnaia" senza esito, i tedeschi perquisirono tutte le abitazioni e questo fece sì che nella casa del Piero Panichi, guardia di fattoria, fossero trovate delle cartucce per fucile
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da caccia.
In quel periodo era vietato a chiunque detenere armi ed egli aveva consegnato il fucile ai Carabinieri; però altri due li aveva nascosti sotto le tegole del tetto. Il porto d'armi del Panichi, proprio quel giorno era stato portato dal marchese PierFrancesco Rosselli del Turco, proprietario della fattoria, a Firenze per vidimare e quindi il Panichi aveva solo un'apposita fascia bianca, rilasciata dalle autorità, ad attestare il suo titolo di guardia giurata di fattoria che però fu presa poco in considerazione. Inoltre erano state trovate cartucce di diversi calibri ed egli non riuscì a spiegare che col solo fucile consegnato (di cui aveva la ricevuta) avrebbe potuto sparare entrambi i calibri mediante l'uso di un riduttore. I tedeschi, già insospettiti dalla fuga del giovane, non misero tempo in mezzo ed in malo modo rastrellarono gli uomini che